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Progetti: La pelle avrà la fragilità della pelleprogetti: La pelle avrà la fragilità della pelle

La mappatura identitaria dei confini corporei

A volte ho come la sensazione di gettarmi addosso la vita,
per darmi modo di ricamare nuovi segni.
La bellezza intrecciata tra le dita.
Ilaria Margutti

Fra tutti i sensi, il tatto. E del suo corpo, la pelle. È sulla pelle che Ilaria Margutti si analizza e si sperimenta. Sollecitata dalla lettura del libro Predictions di Peter Handke nell’edizione illustrata da Aurélie William Levaux e Isabelle Pralong, immette nuova energia nel ciclo La pelle avrà la fragilità della pelle, rivelando una maggiore consapevolezza del potere che ha in sé di essere l’artefice del proprio destino.

Pelle, l’esterno della casa in cui l’anima abita: il corpo. È l’ultima frontiera dell’essere a diretto contatto con il mondo e la prima linea di difesa dell’organismo contro le aggressioni esterne. Epidermide, derma, ipoderma proteggono l’interno vulnerabile fatto di muscoli, ossa, organi interni, vasi sanguigni. Strati su strati di tessuti dallo spessore differente a seconda delle zone, a cui lei aggiunge uno strato in più: la garza. La garza cura e permette la realizzazione della mappatura delle sue esperienze che il ricamo evidenzia, il rammendo rafforza, la larga trama fa defluire attraverso i pori all’interno del suo corpo per rafforzarne l’identità. Sul disegno naturale della pelle, in un susseguirsi di solchi-rilievi-pieghe, Ilaria va a inserire rondelle metalliche dal contorno dentato, piccoli ingranaggi della sua storia che si snoda sull’uso sapiente del filo introdotto dall’ago senza più remora. Non solo. Si permette di costruire staccionate di spilli e azzardare l’inserzione di spine, che paiono fungere da scaglie difensive come quelle dei pesci e dei rettili. In punti precisi, sparge rametti di semi di papavero dal potere anestetico per ridurre la sensibilità oltre il livello di guardia. Sono i lembi estremi non ancora raggiunti dalla gestione del dolore, che ha imparato nel tempo senza dover narcotizzare le sue terminazioni nervose.

Conscia di sé nel Bene e nel Male, Ilaria espone orgogliosa la fragilità come un trofeo, dopo le mille battaglie vinte dalla sua pelle, dal suo corpo, dalla sua mente.

Adriana M. Soldini

ILARIA MARGUTTI: la pelle è come un tessuto

Non essendo dotata di voce sonora, noi crediamo che la pelle sia muta: semplicemente si tratta di una superficie corruttibile e per questo mutevole, la somma delle pagine di un diario infinito che segna minuziosamente ogni esperienza con un proprio linguaggio personale e non alfabetico. Possiamo decidere di non imparare mai quella lingua fino a far diventare estraneo il nostro stesso corpo, oppure possiamo frustrarlo, ignorandolo, escludendo qualunque sua “parola” dal passaggio neuronale. Ilaria Margutti, attraverso la sua poetica,suggerisce di affrontare la nostra superficie inascoltata affinché possiamo renderci conto che l’oggettivizzazione di un’esperienza agisce come un unguento medicamentoso sulla nostra anima. Il corpo si crea sotto la mano esperta della ricamatrice, che avverte sensazioni differenti rispetto a quelle della pittura: è la percezione a cambiare grazie a quel senso di responsabilità che scaturisce nei confronti del corpo. La consapevolezza che il nostro tempo come corpo sia limitato rende l’essere presente di ognuno nella propria vita una sorta di “dramma temporale”. Solo la pratica dei sensi è in grado di fornire la prova della nostra esistenza, motivo per cui lo sforzo dell’artista è teso a rendere le sue opere pittoriche usufruibili attraverso il tatto.

Il corpo è, per definizione, la nostra parte visibile e quindi tangibile; quella componente carnale e fisica, tutta concretezza, che subisce visibilmente i segni dell’esperienza, inventariandone ogni traccia in tempo reale come fosse un catalogo infinito, costituito perlopiù da sintomi impercettibili. Solo alcuni vengono scelti dalla mente razionale per divenire ricordi, in base al picco di emozione generativa a cui sono legati, in positivo o in negativo. Il segno di una cicatrice resta sul corpo per sempre, ma senza la memoria del taglio, che passa attraverso il dolore, diviene una sorta di pagina scritta in una lingua incomprensibile. Ilaria Margutti è un’artista sensibile e profonda, la cui poetica si innesta in procedimenti complessi legati alla riaffermazione dell’io in un processo lento ed evolutivo che la porta a narrare del mondo e dei suoi abitanti più sensibili a partire dal sé. La tecnica che mette in gioco è altrettanto proteiforme, costituita da strati di pensiero, parola, pittura, ricamo e incollaggio di delicate garze che si dichiarano attraverso una tramatura definita. L’arte di Ilaria Margutti è fortemente emotiva e sgorga dall’interiorità: nonostante l’indipendenza che ogni opera dimostra in rispetto alle altre, ciascun lavoro, sia esso una tela, un libro ricamato o un’installazione, è da considerarsi come un tassello in un discorso più ampio, che si dipana come un sentiero lungo un filo, dove sono ben chiari sia il capo, sia la coda, ma dove le cose davvero importanti sono il cammino e la maturazione che si compie mentre lo si percorre.

Ilaria Margutti ha combinato il medium classico della pittura, praticata da sempre, con quello di uno strumento peculiarmente femminile, il ricamo. La simbiosi fra i due elementi avviene senza che l’uno soverchi l’altro, ma si compie piuttosto come l’amplesso di due amanti capaci di tagliare fuori dall’esistenza tutto ciò che non è coppia. Un sodalizio che inevitabilmente porta un prepotente dato simbolico, rappresentato dal filo che si fa trama, divenendo narrativo e provocando, conseguentemente, l’emersione di tratti di memoria annegati che d’un tratto, trovano sulla carne la propria rappresentazione. Di molto si potrebbe parlare attraverso il filo, simbolicamente dalla lunga tradizione e dalle molte implicazioni: una linea sottile e duttile che per questo ha possibilità potenzialmente illimitate di generare forme. Il filo è come una linea, una linea fisica che nella fantasia comune è sinonimo di molte cose a partire dalla direzione: si dice che lungo la Via della Seta, un filo rosso attraversi ininterrotto l’intero cammino, indicando poeticamente una rotta importante, che è stata vitale per diversi popoli. La trama narrativa prescelta dal filo di Ilaria poggia fortemente su di una vigorosa significante simbolica ricca di riferimenti popolari: a partire dal celebre filo amoroso che permise a Teseo di uscire dal labirinto, giungendo al mito delle Moire greche (le Parche romane), passando per le favole tramandate nella tradizione popolare.

Ilaria Margutti armonizza quel rincorrersi di punti di cucito e pennellate, ben conscia della complessità simbolica che l’atto del ricamare porta in sé: per la mitologia greca nella mani delle Moire si svolgeva l’intera vita dell’essere umano e la sua maturazione verso l’età adulta. Ognuna di loro aveva un ruolo, ogni Moira era preludio dell’altra; esse non cuocevano torte, né avevano attività manageriali ma rispettivamente filavano, decidevano la lunghezza del filo (e quindi del destino) e infine lo tagliavano. Erano figlie della Giustizia e nemmeno gli Dei potevano modificare le loro decisioni. Le Moire venivano chiamate anche Fate (coloro cioè che presiedevano al fato): non è casuale la citazione della vicenda di Aurora (da alcuni chiamata Rosaspina) che a livello simbolico chiama in causa l’allusione alla tessitura del filo (sottintendendo la vita), come elemento di passaggio dall’adolescenza all’età adulta. La Bella Addormentata nel bosco, attorniata da una serie di fate buone e crudeli, cade in un sonno eterno e statico proprio per essersi punta con un fuso, fino a quando l’incantesimo verrà spezzato affinché la vita dell’adolescente possa evolvere al gradino di maturazione successiva. Il filo, in procinto di essere tessuto, rappresenta un elemento metaforico antico e potente, saldamente legato all’evoluzione dell’individuo e al superamento dei propri limiti, in modo che esso possa assurgere al suo essere luminoso.

Viviana Siviero