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Progetti: Nottemprogetti: Nottem

Venne la notte di quel primo giorno
e grata d’esser sopravvissuta
ad una prova tanto spaventosa
all’anima io chiesi di cantare

Rispose che le corde eran saltate
l’archetto s’era in atomi dissolto
così per ripararla mi ci volle
fino al mattino del seguente giorno

(E. Dickinson)

Notte, un termine che conduce il pensiero e l’immaginazione verso molte possibili varianti. Dal banale intervallo di tempo fra il tramontare e il sorgere del sole, al lato oscuro della nostra psiche con tutto il suo bagaglio di sogni, incubi od assenza.
 NOTTEM non è un errore per il sostantivo latino “noctem”, ma il nome di un sonnifero, un farmaco quindi capace di traghettare sulle rive del sonno chi non può farlo spontaneamente.

Certo l’arcaicità del suono, NOTTEM, riporta a qualcosa di antico, ancestrale come le pance dei lettini di Claudio Ballestracci, che non a caso rievocano l’idea delle palafitte per il loro ergersi su alte gambe. Ciò che è protetto, in questo caso, sono i sogni la cui dimensione è di difficile raggiungimento per la volontà dell’uomo cosciente.

Coloro che sognano, appartengono invece ai dipinti di Ilaria Margutti, che con le sue dormienti ed i loro corredi di scatole da tempo analizza la relazione tra realtà, sonno, sogno e memoria. Due poetiche molto vicine, anzi complementari  per il loro iniziare l’una dove l’altra finisce: i dipinti di Ilaria Margutti sono sospesi in un’atmosfera a metà strada tra il sogno e la realtà, mentre le istallazioni di Ballestracci hanno già attraversato il limite del reale. Limite, questo sì un termine dal latino, “limen” che significa anche confine, soglia.

Molte le assonanze tra le due tipologie di opere: i letti come veicoli del sonno, questa dimensione di abbandono corporeo, che implica un abbandono, ma anche fiducia; le coperte, vissute e rammendate, perchè da esse trapelasse in qualche modo il sogno di chi le ha abitate o la cura di chi quei sogni ha voluto proteggere; l’isolamento a cui porta il sonno, tanto nei lettini singoli in ferro quanto nelle figure femminili; l’inafferrabilità del sogno, tanto evocato, ma mai rappresentato; la memoria nelle formelle che contengono immagini di edifici non più esistenti e nelle scatole di ricordi ormai passati.

Una notte così densa di significati, nell’intenzione degli artisti vuole spingere la fantasia dello spettatore, se non altro per contrapposizione, verso il risveglio, inteso come rinascita, piccola rivoluzione alla liturgia contemporanea del vivere.

Sabrina Massini


Il letto è il luogo in cui ricomponiamo la nostra energia vitale,
ricostruendo il nostro essere finito, riconosciamo il limite terreno di cui siamo fatti.
Ma è anche un luogo in cui condividiamo relazioni in solitaria intimità.
Intimità segrete
o intimità monotona
nel suo quotidiano ripetersi, ci ingloba nella necessaria abitudine umana.

Le relazioni che si consumano tra le lenzuola sono molteplici
come le storie da svelare nei gesti
più intimi, nudi e fragili …

È proprio in questa nuda intimità che nascono le corrispondenze tra la veglia dello spettatore e le figure addormentate e impotenti al nostro “spiare”.

Micro-risvegli inquietanti,
occhi spalancati nel vuoto da una assenza di coscienza.

Soffici labbra rosate
intorpidite e rese innocenti dallo spessore tenero del letargo notturno,

sonni agitati da sogni
disordinati come ronzii di immagini rubate alla realtà
invadono la nostra quiete indolenzita dalle tenebre.

Noi li spiamo come acerbi vouyer forti della veglia,
inconsapevoli che presto ritorneremo a dormire.

Ilaria Margutti


Addormentarsi significa stimare l’altro degno di fiducia. Non a caso, tra i vocaboli più frequenti che accompagnano questa ricerca artistica compare la parola “relazione”, intesa come efficace momento di scambio che, nei casi di un’effettiva profferta di intimità, approda al compito dell’umanità: conoscere e riconoscere se stessi.
Dare corso ad una relazione infatti vuol dire anche correre il rischio di affrontare momenti molteplici, complessi e spesso dolorosi, che cambiano valore e si caricano di ulteriori dubbi e paure quando questo scambio si consuma a letto. Nell’intimo spazio condiviso, le relazioni diventano storie e soprattutto segreti cui non ci si può sottrarre dal rendere manifesti: in quei momenti la nudità è fragile e il corpo dà corso a tutta una serie di nicchie di rischio che è necessario riporre fiduciosi nelle mani dell’altro. È per questo che addormentarsi diventa una forma di credito sociale che la coppia Ilaria Margutti/Claudio Balestracci ha saputo ottimamente interpretare.

Da tempo i loro percorsi diversificati si sono concentrati su questo settore dell’esistenza, modulandone due esemplificative interpretazioni. Il sonno, tempo di affidamento che facciamo del nostro corpo che si manifesta, mostrandoci, viene descritto dal punto di vista del soggetto dormiente che in questo modo regala se stesso e la propria integrità. Dormire è una manifestazione di fiducia che non può essere pretesa da chi in quel momento è sveglio e ci guarda. È qualcosa che si può solo ricevere; dunque questo assegnare la nostra fragilità deve essere per l’altro molto impegnativo. È evidente infatti che lo stato di abbandono di quella persona è una consegna unilaterale che non ammette né l’invadenza né l’inganno.

Tutto il complesso fenomeno del sonno e dei sogni, in cui la fase dei micro-risvegli non è che una prova della laboriosità del meccanismo, sembrano testare continuamente la nostra capacità di concedere credito. In pochi altri momenti infatti, la fragilità umana è in grado di svelare il suo lato più oscuro e, malgrado lo schiudersi effettivo dei nostri occhi, quella totale assenza di vigilanza sa rendere la nostra coscienza insignificante e marginale, proprio perché dotata di un inaccettabile e angosciante carattere accessorio.

Occorre dunque che la propria sicurezza sia sorretta da controlli e garanzie oppure che sia determinata dalla confidenza. Solo attraverso questi elementi si partecipa al gioco. Attraverso la presentazione di coppie di dormienti o di singoli personaggi abbandonati ognuno sul proprio letto, Ilaria Margutti mette in scena proprio questo abbandono sereno offrendo ai nostri occhi la pura realtà, ma con riguardo. Davanti a questi corpi e alle loro languide posizioni addolcite dalla giovinezza, lo sguardo è assente. In azione persiste il corredo di lenzuola e di coperte cui manca una piena stabilità. È un’ambientazione carica di odori, depositi di intimità, di immagini sognate e di tracce di vita attiva che i protagonisti ritroveranno domani. Null’altro si sa della loro storia: si tratta di coppie di amanti? Amici che condividono solo una notte? Single intristite? Non abbiamo dati sufficienti per poterlo dire, la verità e l’abbandono che dichiarano i loro corpi ci obbliga ad assolvere il compito di essere degni di fiducia, chiedendoci di non cercare altro.
Del resto, tutto il corredo che accompagna i corpi e ogni piega che registra il torpore è la loro unica garanzia contro gli attacchi prodotti dai nostri sguardi.

Matilde Puleo


“Sleeping and shining”.
Ilaria Margutti e Claudio Ballestracci

In un mondo in cui ostentazione e protagonismo dominano la vita quotidiana, è forse per reazione che sempre più artisti sentano l’esigenza di indagare quei momenti nascosti in cui l’uomo non è sotto i riflettori del giudizio altrui, sotto lo sguardo vigile della disvelante frenesia diurna.

Anche Sophie Calle, artista tra le più apprezzate dell’attuale Biennale veneziana, dove espone al Padiglione francese, aveva in passato sondato questi territori defilati invitando ventotto amici e sconosciuti a dormire nel suo letto, per spiare e fotografare il loro sonno per otto giorni con turni di otto ore ciascuno, stendendo poi un resoconto dettagliato della loro permanenza insieme ad alcune interviste (Les Dormeurs).
“Nel progetto - spiegava l’artista in un’intervista - la gente si metteva nel mio letto e io ero libera di chiedere loro tutto quello che mi passava per la testa (fino a che età hanno fatto pipì a letto, cosa sognavano) e loro rispondevano. Era geniale, incredibile: il pretesto artistico mi permetteva di andare dove non avrei potuto in condizioni normali".

Una simile componente voyeristica si ritrova nel lavoro di Ilaria Margutti, che chiede ad amici di posare fingendo di dormire o simulando il risveglio, fotografa questa finzione iconografica e poi la riporta su tela. Ne risulta una pittura nodosa e materica, sanguigna e vascolare, che attraverso tagli inconsueti e ingrandimenti di alcune parti del corpo proietta lo spettatore dentro intimità immaginarie, con una precisa volontà di coinvolgimento che trova le sue radici negli espedienti scenografici dell’arte barocca. Le inquadrature avvolgenti, infatti, unite agli sguardi a volte assenti, a volte stupefatti delle persone ritratte al termine di un simulato letargo notturno, tendono a calamitare altri sguardi, quelli di noi “acerbi voyeur che li spiamo, forti della veglia, inconsapevoli che presto ritorneremo a dormire a nostra volta”, come sottolinea l’artista.

Vulnerabili, intorpiditi, silenziosi, i corpi di chi dorme o si è appena svegliato sono liberi di giacere nello spazio senza condizionamenti, innocenti nella loro disarmante naturalezza, nudi o avvolti da pesanti coperte, mentre sono gli occhi a svelarci lo stato emotivo dei protagonisti di queste sequenze mattutine, di volta in volta sbigottiti, impauriti, teneramente abbandonati, placidamente inerti.

Se Ilaria Margutti ha operato una catalogazione pittorica dei sonni e dei risvegli, Claudio Ballestracci ha eseguito una operazione analoga attraverso una modalità squisitamente concettuale. Ha distribuito a ciascun amico e conoscente una federa di cotone bianco su cui dormire, scrivere sopra la data di consegna e di ritiro della federa stessa, e il proprio nome di battesimo. Il sonno di ogni persona è rimasto così appuntato sui singoli pezzi di cotone: secondo le parole dell’artista, una sorta di “federa sudario, federa pellicola, federa nastro magnetico, federa cartina tornasole, federa documento, federa carta copiativa, federa diario. Una federa nelle cui trame rimane impigliato il sonno (da cui il sogno) perché più vicino al capo adagiato, con il suo piccolo carico d’afrore, di rugiada biologica proveniente dalle nuche. Dove, più che in altre zone del corpo, si caratterizza inconfondibile l’odore personale”.

Accanto a questa catalogazione di sonni, tre poetiche installazioni che hanno come protagonista una selva di piccoli letti. Sono roccaforti del sonno sorrette da esili gambe in ferro pericolanti, un villaggio di sogni costruito su palafitte. Alcuni appaiono dalla penombra come luminescenti teste di meduse sospese nel vuoto: protendono verso terra i loro lunghi tentacoli, quasi fossero cordoni ombelicali indecisi tra la dimensione onirica e quella terrena. Altri sembrano palpitare di vita, animati da una presenza minuscola che guizza al loro interno, come un embrione impaziente di vedere oltre la placenta. Altri ancora, di gusto vagamente retrò, hanno la sembianza dei letti appena rifatti da una zelante cameriera d’albergo: ordinati e composti, costituiscono un omaggio ad alcune pensioni della riviera romagnola che non esistono più. Claudio Ballestracci ne ha recuperato la memoria, riutilizzando le coperte da letto originali di quegli alberghi, impregnate di ricordi, rese uniche dall’usura. I nomi e le immagini sbiadite di quelle pensioni ormai estinte sono stati anch’essi oggetto di recupero, e adesso occhieggiano da una serie di scatole retroilluminate, sottratte all’oblio e al letargo del tempo.

Maria Livia Brunelli

 

Scarica il catalogo del Progetto "Nottem" [PDF 1.1MB]