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Progetti: Il filo dell'imperfettoprogetti: Il filo dell'imperfetto

Ilaria Margutti. La chirurgia dell’anima.

di Alessandra Redaelli

La donna è colta in un momento che appartiene solo a lei. La si immagina sola, nella casa vuota. Probabilmente è davanti a uno specchio. Sì, la sensazione dello spettatore è proprio questa: di trovarsi, per qualche oscuro mistero, dietro uno specchio del quale non conosceva l’esistenza. E ora è lì, costretto a spiare i gesti terribili e ineluttabili di quella che potrebbe essere la protagonista di un’antichissima tragedia. Eroina (o antieroina) condannata a quella che sembra una pena atroce. E ancora più atroce appare per quello sguardo quieto, rassegnato. Per quel fare lento, preciso e inesorabile. La donna è lì. Gli occhi non piangono né sorridono. Le grandi mani tengono saldamente un ago da cui pende un lungo filo. E con quello la donna si cuce le labbra.

Ilaria Margutti è una ragazza solare e decisa che racconta, con un fare di sapore antico, di donne a una svolta. China sul telaio ricama storie fermando sulla tela il momento del dolore e della trasformazione. Al centro delle storie c’è sempre una cicatrice. Non metaforica: reale. Una ferita, un’offesa alla perfetta bellezza che è propria di ogni corpo, comunque esso sia. La cicatrice è taglio, rottura, cesura, interruzione di una continuità di cui non si coglieva l’inestimabile valore fino al momento in cui qualcosa o qualcuno ne ha oltraggiato la purezza. Ma la cicatrice è, secondo Ilaria, soprattutto momento di cambiamento epocale. Spunto per ripensarsi e rinascere più duri e più forti. Più consapevoli di sé come esseri unici e irripetibili. Se possibile “ancora più unici” nella specificità di quel dolore e di quella ferita. E la rinascita, qui, avviene attraverso il gesto simbolico del ricucirsi. Ricucire un nuovo sé. Ricostruirlo punto dopo punto, nodo dopo nodo, diventando artefici del proprio essere, madri di se stesse. Curando e accarezzando il proprio corpo colpito per restituirgli energia e fiducia.

Storie forti e dolorose, speranze deluse e violenze subite, si raccontano qui attraverso una galleria di personaggi straordinari e potenti che ricamano la propria pelle con l’amore con cui una madre d’altri tempi avrebbe ricamato il corredo nuziale per l’unica figlia. Personaggi che ricamano e che sono, a loro volta, ricamati in un gioco di rimandi senza fine. E il gesto del ricamare è all’artista talmente congeniale che l’ago si muove sulla tela con la libertà e la forza della punta di una matita su un foglio di carta, dando vita a figure dense, emozionanti, per molti versi vicine ai tormentati nudi di Schiele. Filo, nastri, garze, qualche volta pizzi si sommano e si sovrappongono in composizioni dai tagli fotografici azzardati, dove l’impostazione classica della figura (certi nudi di schiena sembrano vere e proprie citazioni di Ingres) non toglie mai spazio a dettagli che rivelano l’amore assoluto di Ilaria Margutti per il corpo. Il corpo qui è carne vera, viva e sanguinante, senza infingimenti, amata nelle sue curve e nei suoi spigoli, nella cedevolezza e nella ruvidità, nelle ombre e nelle pieghe. Corpo caldo, sofferente e pulsante, tanto più apprezzabile in un momento storico in cui il corpo sembra sempre più trasformarsi in involucro perfetto e omologato, oggetto a cui è vietata la possibilità di ammalarsi, gelida macchina senza alcun collegamento possibile con l’anima

Mentre ci sono anima e carne calda e viva – nello specifico quella dell’artista – al centro del video che completa la mostra. L’atto simbolico del cucirsi addosso un abito di garza bianca si sdoppia d’un tratto mostrando la donna, la protagonista, che mima il gesto di cucirsi la pelle nuda. Nella penombra, in un silenzio rotto solo dalle note di una musica sussurrata, le mani afferrano la carne, la sollevano, l’accarezzano, e di nuovo cercano la pelle ferita, ne ricostituiscono l’integrità, la redimono, infine, dalla sofferenza e dal dolore.

IL FILO DELL'IMPERFETTO: guarda il video su VIMEO

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